Storia della parrocchia

il Martirio

Le prime notizie relative alla vergine e martire Caterina d’Alessandria risalgono a Simeone Metafraste (XI secolo) e sono riportate nel Leggendario di Alfonso di Villegas (1534 – 1615) e nella Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine  (Varazze, 1228 – Genova, 13 luglio 1298).
Caterina nacque ad Alessandria d’Egitto nel 287 da famiglia nobile o regale. Dopo aver perso i genitori in tenera età, crebbe dedicandosi allo studio, ed acquisì una profonda cultura nelle materie filosofiche e religiose.
Durante l’adolescenza, ebbe una visione di Gesù Bambino che, dopo aver preso un anello dalle mani della Madonna, lo infilava in quello di Caterina, facendola così sua sposa. Una volta ridestatasi, Caterina trovò ancora l’anello al suo dito, e da quel momento si considerò sposa di Cristo.
A quell’epoca, Alessandria d’Egitto era governata dal tetrarca Massimino Daia, che cercò di riportare alla religione pagana i convertiti al Cristianesimo. A questo scopo, ordinò ai sudditi di presentarsi al tempio per offrire sacrifici alle divinità pagane. Caterina si recò al cospetto si Massimino, manifestando la volontà di restare fedele al Cristianesimo. Massimino decise che Caterina avrebbe dovuto sostenere le proprie idee davanti ad una commissione di cinquanta filosofi, che, dopo aver udito le parole della giovane, si convertirono a loro volta al Cristianesimo. Per questo motivo, i cinquanta sapienti furono condannati al martirio sul rogo.
Caterina fu fustigata e imprigionata in modo che morisse di fame e di stenti, ma sopravvisse miracolosamente. Massimino, dunque, tentò di persuaderla a sposarlo, purché sacrificasse al dio Mercurio. Al rifiuto di Caterina, il tetrarca ordinò che fosse sottoposta al supplizio della ruota dentata, che l’avrebbe dilaniata. Durante il supplizio, tuttavia, le ruote, al contatto con le carni della giovane, si spezzarono, e Caterina rimase incolume.
Imprigionata nuovamente senza cibo né acqua, Caterina sopravvisse una seconda volta, poiché, secondo la tradizione, venne alimentata da una bianca colomba.
Massimino ordinò quindi che Caterina fosse decapitata; al momento dell’esecuzione, dal capo di Caterina uscì latte invece che sangue. Di fronte a questo prodigio, numerosi pretoriani si convertirono al Cristianesimo e accettarono gioiosamente di essere decapitati insieme a Caterina per la loro fede.
Secondo una leggenda, gli angeli portarono il corpo della Santa da Alessandria fino alla sommità del monte Sinai, dove, nel VI secolo, la madre di Costantino, Sant’Elena, fondò la chiesa e il monastero di Santa Caterina.
I simboli iconografici di Santa Caterina sono la ruota spezzata, la palma del martirio, la spada con cui fu decapitata, l’anello, simbolo del suo sposalizio mistico con Cristo, la corona e gli abiti regali, che rimandano alla sua origine principesca, il libro (spesso contenente la scritta Ego me Christo sponsam tradidi, “Mi sono data sposa a Cristo”) e altri strumenti scientifici che costituiscono un rimando alla sua sapienza.
La più antica testimonianza del culto tributato a Santa Caterina risale all’VIII secolo; una diffusione più ampia del culto si ebbe tra il X e il XII secolo.
A Bologna, la più antica notizia della devozione alla Santa risale al 1204, quando fu fondato un monastero a lei dedicato a Quarto, da parte di un Alberto bolognese, rettore della Chiesa di San Giovanni in Persiceto.
Caterina è protettrice degli studenti (in particolare di Teologia e Filosofia) e degli studiosi in genere, come anche delle donne che vivono sole e del proprio lavoro, e in particolare delle sarte; per aver subito il supplizio della ruota, Caterina è protettrice di tutti gli artigiani che lavorano con ruote e ingranaggi (mugnai, arrotini, tornitori, vasai, etc.). Caterina è inoltre co – patrona dell’Università di Bologna.

Risalgono al secolo XII le prime notizie certe sulla Chiesa di Santa Caterina di Alessandria Vergine e Martire, detta ‘di Saragozza’ per il nome della Strada in cui è collocata.
La Chiesa di Santa Caterina nacque probabilmente come cappella gentilizia della famiglia Albergati, che gradualmente aveva assunto un ruolo di grande rilievo nel panorama politico, economico e culturale bolognese e che si rese protagonista dell’edificazione di importanti costruzioni in tutto il territorio cittadino. 
La famiglia Albergati mantenne il giuspatronato sulla Chiesa di Santa Caterina fino al 1895, quando morì l’ultimo esponente della casata, Francesco III Albergati Capacelli Gini.
Non disponiamo di molte notizie sulla Chiesa per i secoli XIII e XIV, ad eccezione di qualche sporadica citazione all’interno dei documenti dell’epoca.
Notizie più significative si hanno per il XV secolo, quando, nel 1443, avvenne una ricostruzione radicale della Chiesa preesistente. In origine, l’entrata principale dell’edificio era rivolta verso via Santa Caterina; a partire dal 1443 essa fu rivolta verso via Saragozza, in cui si trova attualmente (leggiamo in un testo anonimo risalente al 1817 che «Nell’anno 1443 la Chiesa di S. Catterina […] fu capovolta dalla parte della Strada Maestra a mezzo giorno, aggiungendovi il portico»).
È noto che tra XVII e XVIII secolo la Chiesa di Santa Caterina conservava al proprio interno importanti reliquie, come il corpo di San Maurizio (ancora oggi ivi conservato, all’interno di un’urna), e un’immagine miracolosa della Beata Vergine del Rosario.
Più ampia documentazione si ha a partire dal secolo XVIII (in cui sappiamo che furono parroci Don Antonio Aldrovandi e Don Giovanni Matteo Boschi), grazie ai documenti contenuti nell’archivio parrocchiale, in cui vengono descritti gli interventi di restauro operati sull’edificio, nonché le solennità liturgiche che avevano luogo in occasione delle Decennali Eucaristiche, note anche con il nome di “Addobbi”. 
Per il XVIII secolo, disponiamo di un inventario dettagliato delle spese e delle entrate sostenute dalla Parrocchia, redatto ad opera del parroco Don Giovanni Eliseo Mattioli (1713 – 1797). Sappiamo inoltre che nel 1774 fu venduto, previa autorizzazione della Curia, un quadro di Sabattini, per rendere possibile l’acquisto di arredi per la Chiesa, e siamo a conoscenza del fatto che nel 1776 il tetto della Chiesa fu restaurato a spese dei “compadroni” (ossia i proprietari delle cappelle).
Durante il periodo in cui fu parroco Mattioli, la Chiesa divenne rifugio di alcuni ex-gesuiti provenienti dal Sud America, a seguito dell’espulsione della Compagnia di Gesù dalla Spagna e dalle sue colonie americane avvenuta nel 1767. Alcuni di questi gesuiti furono sepolti proprio nella Chiesa di Santa Caterina; tra questi, c’era Juan Ignacio Gonzales, attivo nella diffusione del culto della Beata Vergine di Guadalupe, la cui immagine fu collocata nell’altare dedicato in Santa Caterina. La Parrocchia divenne anche sede della Confraternita della Beata Vergine di Guadalupe. Ancora oggi, ogni 12 Dicembre, in Parrocchia si festeggia la ricorrenza delle apparizioni della Vergine a Juan Diego.
Nel 1798, la Chiesa fu retta dal parroco Don Antonio Ugolini, nominato per elezione popolare, in ottemperanza alle nuove regole stabilite durante il periodo della Repubblica Cisalpina. Durante il periodo napoleonico, fu parroco Don Giovanni Santini.
Nel XIX secolo si resero necessari importanti interventi di restauro della Chiesa, come sappiamo da Enrico Corty, che riferisce come l’intera struttura risultasse «incomoda per l’umidità, che indecente per rimanere esposto alla vista di chi guardasse sopra le cantorie, i granai, come li chiamano, del parroco». Il primo intervento ebbe luogo nel 1816, sotto il rettorato del Monsignor Giovanni Battista Battestini: la Chiesa, in questa occasione, fu interamente ricostruita, e le spese furono sostenute sia dalla famiglia Albergati che dai parrocchiani. Gli interventi di restauro previdero anche la costruzione ex novo di un imponente campanile, terminato nel 1824.
Il 12 ottobre 1817 avvenne la solenne inaugurazione della Chiesa nuova, presieduta dal Cardinal Carlo Opizzoni, Arcivescovo di Bologna e Arcicancelliere dell’Università. 
Nella seconda metà dell’800, fu parroco di Santa Caterina Don Agostino Giorgi, cui è dedicata una litografia di Enrico Corty.
Nel 1863 furono effettuati lavori di restauro che interessarono la facciata della Chiesa, come conseguenza della volontà del Comune di Bologna di dare un nuovo assetto all’intera strada di Saragozza. In questa occasione, fu rinvenuto un affresco risalente al XV secolo raffigurante la Pietà, attribuita a Biagio Puppini delle Lamme (Bologna, 1539 – 1551), oggi conservato nella prima nicchia a destra dopo l’entrata.
Nella seconda metà dell’800, la Chiesa fu arricchita di decorazioni, marmi e pitture, sempre in occasione delle Decennali Eucaristiche. 
Verso la seconda metà del XIX secolo si attuò l’ultima decorazione della Chiesa, che poté avere luogo anche grazie allo zelo di Don Giovanni Franceschi (Crespellano, 1823 – Bologna, 1907): sotto la sua energica guida pastorale, furono costruiti il pulpito (oggi scomparso), la sagrestia, le due cantorie ai lati dell’Altare Maggiore e le relative nicchie per organo, così come la nuova Sacrestia con relativo altare e la pavimentazione della Cappella della B.V. del Rosario. Fu effettuata, inoltre, la pulitura dei quadri, l’indoratura dei candelabri e l’imbiancamento di tutte le pareti della Chiesa e dei locali circostanti. In questa occasione, la decorazione della Chiesa fu affidata al pittore Alessandro Guardassoni (Bologna, 13 dicembre 1819 – Bologna, 1 marzo 1888), il quale, nel 1864, si propose di occuparsi dell’intera decorazione dell’edificio «senza pretese alcuna di emolumenti», per dare «un segno della sua fede e di ricordo alla sua Parrocchia nella quale era nato e vissuto per molti anni e nella quale intendeva morire». Il Guardassoni, che abitava al numero 43 di via Saragozza, era infatti un assiduo frequentatore della Chiesa di Santa Caterina, e creò realmente il «suo tempio», tanto che sostituì tutti i dipinti dei singoli altari, compresa la pala dell’altare maggiore, con le proprie opere, pur riprendendo fedelmente i temi trattati dagli autori che lo avevano preceduto.
Furono così realizzate “La disputa della Santa con i Savi” e “Il miracolo dello sfasciarsi della ruota” per la volta della navata centrale; “Il martirio di Santa Caterina” per l’altare maggiore, “L’Angelo Custode”, la “Madonna di Guadalupe”, “San Gerolamo” e “San Sebastiano” e i relativi sotto quadri per gli altari minori, come anche “La morte di San Giuseppe” per la cappella del Rosario.
Nel medesimo periodo, il marmista Carlo Vidoni realizzò l’altare maggiore, i gradini in marmo di Verona, i quattro altari delle cappelle laterali e due pile per acqua santa in marmo di Carrara. 
Nel 1904 fu realizzato l’impianto di illuminazione a elettricità della Chiesa, offerto dai conti Masetti Zannini per grazia ricevuta. Risale probabilmente a questo periodo anche la costruzione della Cappella del Battistero.
Nella prima metà del 1900 furono realizzati altri lavori di restauro sotto la guida del parroco Monsignor Ettore Carretti (Calcara, 1871 – Bologna, 1952, che ebbe il grande merito di raccogliere e catalogare tutti i documenti storici dell’Archivio Parrocchiale), che portarono al rinnovamento della facciata della Chiesa e del piancito della stessa, come anche la riparazione dell’organo e la sistemazione della sagrestia e dei locali adiacenti. Nello stesso periodo, fu realizzato il “Salone delle carte geografiche”, antistante la sacrestia, e fu ampliata la decorazione della Cappella di Sant’Antonio, dedicata ai parrocchiani caduti durante la Prima Guerra Mondiale (si tratta dell’unico caso della presenza di una cappella votiva ai caduti presente all’interno di una Chiesa bolognese).
A questo periodo risale anche l’ampliamento della Parrocchia, che iniziò a comprendere anche il viale di Circonvallazione (viale Aldini) e le strade delle prime propaggini collinari.
Per volontà del parroco, Monsignor Giorgio Bortolotti (Pieve di Budrio, 1894 – Bologna, 1987), furono condotti altri lavori, che portarono alla costrizione delle opere parrocchiali (le aule del catechismo, il teatro e il campo sportivo).
Nel 1964 fu restaurata la Cappella del Rosario, in occasione del centenario della sua costruzione.
Altri restauri furono eseguiti sotto la guida del parroco Don Alemanno Giordani (Sasso Marconi, 1922 – Bologna, 1991), e riguardarono la Cappella di S. Antonio, quella del Battistero, la facciata della Chiesa e il tetto.
Dal 1992 al 2012 la Parrocchia fu retta da Monsignor Celso Ligabue, sotto la cui guida avvennero i lavori di ristrutturazione della Casa Canonica e una serie di opere di restauro degli affreschi e degli ornati della volta e delle pareti della navata centrale, oltre che una serie di operazioni di manutenzione e ammodernamento della Chiesa. 
Durante il suo mandato, nel 1998, ebbe luogo la solenne dedicazione della Chiesa e la consacrazione della nuova mensa da parte del Cardinale Giacomo Biffi.
Dal 2013 la Chiesa è retta dal Parroco Don Luca Marmoni (Bologna, 1964).

Per ulteriori informazioni sulla storia e le vicende architettoniche della Chiesa, è possibile consultare il libro La Chiesa di Santa Caterina di Saragozza in Bologna, di Anna Letizia Zanotti (Bologna, Polycrom-Grafis, 2014), acquistabile presso la Parrocchia.